24 aprile 2026   Notizie

L’anno elettorale non partorisca un altro Superbonus

Riparte l’Italia

Giuseppe Coco - Professore di economia politica

Dopo alcuni anni ‘facili’ in cui l’effetto inflazione aveva regalato alle finanze pubbliche l’illusione di essere su una traettoria di facile stabilità e al paese una crescita più salutare. il DEF 2026 ci riporta coi piedi per terra. I fattori che ci hanno consentito quella illusione, su tutti una inflazione inattesa, si stanno capovolgendo proprio nel mezzo della nuova crisi energetica.

Il dato centrale annunciato nel DEF è la previsione del rapporto deficit/PIL al 3,1% (previsione vera 3,3 a fine anno). Superando la soglia del 3% sostanzialmente rimaniamo in procedura di infrazione europea. Il governo chiaramente puntava a un rientro più veloce e la Legge di Bilancio dell’anno scorso in effetti era stata accusata di essere relativamente prudente, ma l’obiettivo era probabilmente quello di consentire quest’anno di impostare una manovra più espansiva nell’anno elettorale. Le speranze del Ministro Giorgetti si sono infrante però contro un combinato di eventi inattesi (come la guerra in medio-oriente) e il rallentamento dovuto alla fine della congiuntura che ha fatto gridare al miracolo italiano. Per alcuni anni la crescita del nostro paese ha superato quella dei principali partners, generando speranze di superamento della nostra condizione di stagnazione ultra-decennale e di sovraindebitamento strutturale.

Purtroppo, l’analisi dei fattori non lasciava grandi speranze. La crescita degli anni 2022-24 è interamente spiegata dalla crescita dell’occupazione, mentre la produttività rimaneva stagnante. La crescita dell’occupazione a sua volta può essere spiegata dalla svalutazione dei salari reali interni dovuta all’inflazione, che ha generato un vantaggio competitivo differenziale rispetto ad altri sistemi economici dove si sono adeguati più velocemente. Si tratta di una competitività di prezzo che è stata pagata dai salariati con l’impoverimento relativo. Allo stesso modo una svalutazione dei salari pubblici (e più fondi del PNRR) hanno anche consentito una espansione dell’impiego pubblico

Anche la salute dei conti pubblici dipende dalla inflazione attraverso la svalutazione dovuta a interessi reali negativi (vedi coco su riparte). Avendo emesso debito a tassi bassi negli anni prima del 2022, abbiamo pagato tassi reali negativi per anni. Oggi col calo progressivo dell’inflazione e l’aumento dei tassi ne paghiamo il costo, e questo restringe gli spazi di bilancio. Attribuire questa situazione interamente alla guerra è quindi inappropriato. La guerra potrebbe però peggiorare di molto la situazione. Da un lato ci costringe a esborsi maggiori verso l’estero e. attraverso l’aumento dei prezzi, o addirittura razionamenti, potrebbe generare una recessione. Inoltre, probabilmente costringerebbe il governo a misure per ammortizzarne gli effetti. Il taglio delle accise di marzo in effetti era assolutamente prematuro (probabilmente elettorale) e se prolungato potrebbe costare fino a 10 miliardi entro l’anno.

Il DEF, quindi, prevede la fine della cavalcata delle entrate fiscali degli anni scorsi (al ritmo del 6% all’anno fino al 2025) che con interessi bassi aveva generato lo spazio di bilancio. All’origine c’era la crescita nominale per l’inflazione. Dal 2026 le entrate realisticamente crescono del 2-3%. Allo stesso tempo oggi aumentano gli interessi (dal 3,2 al 3,5% del PIL nei tre anni) e vengono al pettine i rinnovi di molti contratti pubblici. Mantenere stabili i conti pubblici richiede in generale un avanzo tra entrate ed uscite (avanzo primario) superiore agli interessi stessi. La crescita degli interessi e la stasi prevista delle entrate richiede meccanicamente un aggiustamento. Salvo voler ascoltare le sirene di chi ritiene che tagli fiscali o nuove spese si finanziano da soli, la scuola del Bengodi. Col rischio però che crescano i tassi di interessi e si avvii una spirale interessi-debito che pagheremmo per decenni.

Il quadro è quindi incerto per gli esiti della guerra, ma comunque negativo. La prossima Legge di Bilancio non sarà facile come quelle precedenti, perché le variabili di quadro rappresentano grosse ipoteche. Ricordiamo che il governo deve rifinanziare il taglio del cuneo contributivo per i redditi bassi (in scadenza a fine anno) e i tagli delle aliquote dell’ultima finanziaria. Si tratta di 15 miliardi da trovare a bocce ferme. Lo stesso vale dal lato spese per alcuni incentivi per le imprese e per alcuni capitoli di servizi come la Sanità. Il governo è stretto quindi tra voglia di sforare i vincoli europei per finanziare un anno elettorale, ed il rischio di andare su una traettoria instabile. Cinicamente qualcuno tra i più irresponsabili potrebbe augurarsi che la crisi internazionale faccia saltare i vincoli europei e la saggezza convenzionale, e consenta misure abnormi come fu il superbonus nel 2020.

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