«Come l'economia di guerra e il debito pubblico esploderà»
Intervista a Guido Pescosolido di Nando Santonastaso - Il Mattino
Come nella Seconda guerra mondiale, se non peggio. La durata e gli effetti dell'epidemia preoccupano Guido Pescosolido, allievo di Romeo e De Felice, per quasi 20 anni docente di Storia moderna alla Sapienza e considerato uno dei più autorevoli eredi di Giuseppe Galasso. «È lecito parlare di un'economia di guerra in questi giorni. Se questa crisi si prolunga oltre un certo limite di tempo, può portare a un disastro della finanza pubblica oltre che dell'economia di dimensioni paragonabili a quelle prodotte dal primo e dal secondo conflitto mondiale», dice.
E spiega: «Sicuramente il numero delle vittime del Covid-19 in Italia non è pensabile che arrivi ai 650mila caduti in battaglia della Prima guerra mondiale o ai 440mila della Seconda. Anche per la natura del combattimento le cose sono diverse: allora, il nemico era definito, visibile e se vogliamo anche circoscritto. Si combatteva al fronte nella Prima guerra mentre nel secondo conflitto mondiale i bombardamenti, che pure erano imprevedibili, inducevano un coprifuoco comunque limitato dal tempo. Il nostro nemico è diverso ma gli effetti nella vita civile e psicologica di tutti noi possono essere anche più estesi».
Fino a che punto professore?
«Oggi, per esempio, il coprifuoco è costante. E dal punto di vista economico e finanziario stiamo andando verso una paralisi se non un arresto vero e proprio del sistema produttivo.
Nei due periodi storici di riferimento, l'industria potenzialmente continuava invece a produrre: le donne supplivano molto spesso alla mancanza di braccia maschili nelle fabbriche, l'apparato era sollecitato nel suo insieme mentre l'industria bellica aveva una elefantiasi di sviluppo abnorme, dettata da esigenze specifiche. Oggi il rischio di perdere 100 miliardi di euro al mese, come indicato dal presidente di Confindustria Boccia, mi sembra molto realistico: basta fare un rapido conto sulla percentuale dell'arresto del sistema produttivo e i 2mila miliardi di Pil prodotti dall'Italia ogni anno ed ecco i 100 miliardi».
Più l'emergenza si prolunga, più danni avremo, insomma. Anche superiori al prezzo pagato dopo le prime due guerre mondiali?
«Sì. Anche perché sappiamo che quelle guerre sono durate 3 o 4 anni. La nostra contro il Coronavirus è in atto solo da qualche mese ma i possibili effetti sulla finanza pubblica rispetto a un secolo o a 75 anni fa rischiano di essere incalcolabili. Tutte le risorse messe in campo finora dal governo, e le altre che verranno, andranno a debito e non si vede alcun Piano Marshall all'orizzonte, tanto meno da parte dell?Europa».
Il nostro debito pubblico è destinato cioè a diventare incontrollabile come nei due precedenti conflitti?
«Guardiamo i dati del rapporto tra debito pubblico e Pil. Dopo la Prima guerra mondiale raggiunge il suo massimo storico, 159 per cento nel 1920 e nel 1921, per poi scendere dopo il 1924. Con la Seconda guerra, nel 1940 il Rapporto debito-Pil in Italia era dell'86% per salire al 102% nel '41 e al 113% nei due anni successivi: poi arrivò la grande inflazione, con cui il popolo italiano pagò di fatto il costo della guerra, e il Rapporto scese a circa il 30%. Oggi siamo al 133 per centro, come accade dal 2013: si sta aprendo una voragine che rischia di riportarci a cento anni fa».
Con conseguenze tragiche, soprattutto per le future generazioni, evidentemente. Oggi come allora.
«Purtroppo sì. Se questa crisi non si risolve in 3-4 mesi, potremo ritrovarci in una situazione molto simile a quella della Seconda guerra mondiale. Masse cioè di disoccupati di non controllabile dimensione e con strumenti di intervento sociale che non avranno a disposizione grosse risorse dall'estero perché non sappiamo fino a che punto saranno coinvolte le economie europee. E chi vorrà veramente aiutarci e fino a che punto? Essere preoccupati mi sembra inevitabile».




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