Lo Cicero, l'intellettuale libero che amava "scrivere anche di fatti e persone"
Il Mattino
La sua allegria era contagiosa, come la vivacità dell’ingegno, lo spirito critico e il pensiero eterodosso. In realtà, Massimo Lo Cicero – un economista di cui Napoli, il Mezzogiorno e il Paese devono andare fieri – aveva una personalità unitaria, priva delle oscillazioni che caratterizzano spesso gli intellettuali. Il suo legame con la città emergeva non solo da una relazione passionale che, dopo l’esperienza giovanile di Torino, lo aveva spinto a tornare e a non andare più via, ma anche da un atteggiamento che guardava con razionalità e concretezza alle diverse facce di Napoli. In un video per un’iniziativa dei “cittadini di Partenope” del 2009, affermava: “Che cosa fa l’ordine di una comunità? Che cosa fa la dimensione positiva del vivere insieme? La capacità di ognuno di noi di assumere un comportamento compatibile con quello degli altri. E questa capacità, o ce l’abbiamo nel nostro interno, nel nostro modo di formare il nostro comportamento, o non serve a niente, perché chi non si adatta a costruire un comportamento coerente con quello degli altri potrà essere sanzionato quante volte vogliamo, ma rappresenterà comunque un elemento di devianza e di disturbo nell’ordinato funzionamento della città.
Per questo è giustissimo dire che dentro Napoli c’è un’altra Napoli, perché non sarebbe possibile che questa città, se fosse solo il concentrato di cose negative che si raccontano che sia, non fosse già esplosa. Siccome non è esplosa, vuol dire che c’è il comportamento di tante persone normali che, grazie al loro modo costruttivo di affrontare la vita, di affrontare la relazione con gli altri, di saper convivere con gli altri, garantiscono alla città la sopravvivenza […]. Ed è per questo quindi che […] continuiamo a comportarci in maniera tale che Partenope batta questa Napoli […] perché era anche la sorella maggiore. […] Palepolis è una città che è venuta prima e forse a quel prima dobbiamo essere capaci di tornare”.
Parole chiare e dense di significato. Il Mezzogiorno, interpretato con un approccio originale, era uno degli snodi essenziali della sua riflessione, che approfondiva le dinamiche e le potenzialità di crescita del Sud, mostrandone le contraddizioni, i punti di forza e di debolezza, in una visione lungimirante analoga a quella adottata per analizzare Napoli. Con “Sud a perdere? Rimorsi, rimpianti e premonizioni”, quasi una summa del suo pensiero e della sua vicenda meridionalista, Lo Cicero vinse il “Sele d’Oro Mezzogiorno” nel 2010, l’unico a riceverlo per due volte nella storia ultraquarantennale del Premio.
Nel volume, sosteneva che: “Per guardare il Sud bisogna essere strabici: guardare quello che rimane immobile e guardare quello che si muove ma che non vediamo, perché siamo troppo concentrati su quello che vediamo immobile”. I limiti del Mezzogiorno sono innumerevoli e il principale consiste in un’economia simile a una “pentola bucata”, incapace di “allargare tempestivamente la produzione, in presenza di significativi trasferimenti monetari”.
Tuttavia, la prospettiva non è data una volta per tutte: “Come tutte le terre di confine, il Mezzogiorno è certamente una regione ambigua. Ed infatti ha funzionato al suo meglio quando ha rivendicato la sua identità europea per dialogare con altre identità […] primo fra tutti il Mediterraneo e le sue tre facce: i Balcani, il Medio Oriente, la costa nordafricana”. Inoltre, con la sua penetrante metafora sulla “Virgola di Ponente”, riproposta nel libro, lanciava l’idea di un asse tra il Mezzogiorno, avendo come riferimento Napoli, e le regioni Piemonte e Liguria, facendo perno su Torino: “Due ex capitali, che potrebbero essere i poli di un meccanismo di sviluppo simmetrico ed alternativo alla grande migrazione della forza lavoro da Sud a Nord che si manifestò negli anni Cinquanta. Proprio negli anni nei quali la Camelot, oggi perduta, la Cassa, creava le premesse per la industrializzazione del Mezzogiorno”. Si tratta di aspetti di un più ampio ragionamento sul legame inscindibile tra le due parti del Paese, ispirato al meridionalismo di Fortunato e Nitti, perché “se il Sud non cresce, non cresce neanche l’Italia”. Queste suggestioni si estendevano al quadro globale, sempre presente nelle sue analisi.
Una tra le sue numerose premonizioni ancora attuali, in grado di cogliere nodi strutturali dell’economia, riguardava le relazioni e le strategie economiche internazionali, quando più di quindici anni fa sosteneva “la realizzazione di una seconda Bretton Woods” ovvero di “un accordo mondiale che […] sia capace di governare cambi, circuiti macroeconomici del reddito e flussi finanziari verso un equilibrio di crescita e di benessere generale”.
Oggi, Lo Cicero come commenterebbe la fase che stiamo vivendo? Come spiegherebbe la politica dei dazi di Donald Trump, la timidezza dell’Europa nell’affrancarsi dal suo ormai incerto alleato, la tranquilla aggressione della Cina con prodotti che potrebbero spiazzare i nostri sui mercati internazionali, l’antica abitudine dell’Italia di guardarsi l’ombelico quando il mondo brucia? Prendete il mainstream, il pensiero dominante, rovesciatelo e vi avvicinerete al suo pensiero. Non per capriccio o vanità – una qualità che pure non gli mancava – ma per la capacità di osservare le cose da un’angolazione peculiare, ignorata dagli altri per pigrizia, opportunismo o mancanza dell’immensa curiosità che lo animava, assieme a una cultura vasta e raffinata, grazie alla quale percepiva connessioni che a molti sfuggivano.
Anche per questo, la sua mancanza – sono due anni e proprio non sembra – pesa molto sulla profondità di analisi dell’intero sistema meridionale e sulla brillantezza del dibattito che sapeva alimentare, alternando ragionamenti rigorosi a battute fulminanti che svelavano il suo ribelle animo napoletano. Si potrebbe dire che con lui se n’è andato un intellettuale vero, di quelli che seminavano dubbi per arrivare più efficacemente alla comprensione dei fenomeni. Noi che scriviamo gli abbiamo voluto bene per questa sua abilità nell’abitare due mondi vicini, quello accademico e quello dei giornali, e farli dialogare.
Era, per questo, un divulgatore nato e dotato di una velocità di scrittura impressionante, come se le sue dita fossero l’estensione della mente. Massimo Lo Cicero, nonostante la sua ricca produzione scientifica e culturale e gli innumerevoli incarichi pubblici e privati ricoperti, a cominciare da quello nel Banco di Napoli di Ferdinando Ventriglia, amava descriversi così, con una semplicità disarmante: “Sono nato a Napoli. Sono un economista e un professore, mi piace scrivere anche di fatti e persone. Mi piacciono il mare, le isole e i vulcani”. Il suo ricordo, l’esempio di una vita intellettualmente libera e la forza anticipatrice del suo insegnamento costituiscono un patrimonio prezioso per comprendere il presente e costruire il futuro.






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